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I dipinti della chiesa di Santa Maria dei Martiri ( scritto da Giuseppe Tricoli )

Giuseppe Tricoli

I DIPINTI DELLA CHIESA DI SANTA MARIA DEI MARTIRI A PETRITOLI

Prefazione

Percorrendo la strada che collega Petritoli a Monterubbiano, appena ai margini del paese, possiamo notare, sulla destra, la seicentesca Chiesa di Santa Maria dei Martiri, con annesso coevo chiostro e convento. Appartenuta all’Ordine Francescano dei Minori Osservanti, detti anche Zoccolanti, la chiesa presenta una bella facciata con le tipiche caratteristiche architettoniche dell’epoca. All’interno, superata l’austera porta lignea, siamo accolti da un ambiente a pianta rettangolare di medie dimensioni. Il pavimento a mattoni, gli altari di legno decorato in finto marmo, lo stupendo soffitto ligneo a cassettoni, il pregevole organo a canne, opera di Gaetano Callido, ci ricordano di essere in una chiesa di provincia che però ambiva, grazie agli abitanti di Petritoli e del circondario, a raggiungere i modelli più titolati dei maggiori centri italiani, sia pur con mezzi economici inferiori. La qualità del lavoro degli ebanisti e dei decoratori, visibile in tutta la chiesa, ne è prova ulteriore. Anche i dipinti, di ottima qualità e fattura, confermano di voler gareggiare con i dipinti presenti nei centri più grandi delle Marche. Fatta questa breve e doverosa premessa, tengo a precisare che, sia pure tra notevoli difficoltà, ed in assenza di fonti documentali inerenti il corredo dei dipinti di S. Maria dei Martiri, ho affrontato con grande entusiasmo questo lavoro, nella speranza che esso possa servire a far meglio comprendere ed apprezzare il nostro Patrimonio Storico Artistico, e, soprattutto, a non farlo dimenticare. Un grazie di cuore a Padre Agostino di Fermo e a mia moglie, Michela Cappellacci, per l’apporto dato e le preziose informazioni fornitemi. Ringrazio anche il Sig. Floriano Andrenacci per aver realizzato le foto dei dipinti.

Altare maggiore: Pala con la Vergine in trono, Il Bambino, San Giovanni Battista e San Francesco D’Assisi.

La pala, posta sull’altare maggiore, è inserita in una struttura a colonne tortili con capitelli dorati. Probabilmente quest’opera, con la Madonna in trono tra i Santi Giovanni Battista e Francesco D’Assisi, è la prima ad esser stata realizzata per la chiesa. Non è da escludere che venisse portata in processione per le vie del paese: alcuni chiodi conficcati sul retro del dipinto, unitamente ai rinforzi incrociati del telaio su cui è tirata la tela, lo testimonierebbero. È subito evidente allo spettatore lo stato di degrado del dipinto, databile presumibilmente tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600. L’opera, di grandi dimensioni, è un dipinto ad olio su tela. Di ottima fattura e di indiscusso fascino, evidenzia padronanza del disegno e notevole maestria tecnica: l’incarnato sui visi dei personaggi è sviluppato con uno sfumato leggero che, soprattutto nella Madonna, nel Bambino, e negli angeli in alto, si arricchisce di un sentimento di tenera partecipazione. La Madonna in trono con il Bambinello in braccio è sovrastata da due angeli che sostengono una corona. In basso, in primo piano, ai lati della Madonna, si trovano S. Giovanni Battista, a sinistra, e S. Francesco d’Assisi, a destra. Sotto e antistante al trono, tra i due Santi, vi sono due angioletti accovacciati sopra una nuvoletta di colore bruno con un libro aperto in mano. Il libro nelle mani degli angioletti potrebbe essere la raccolta con i fioretti del Santo di Assisi che, con il gesto della mano destra, sembra farne omaggio alla Vergine. L’angelo di sinistra rivolge uno sguardo di infantile deferenza verso S. Giovanni che, come per raccogliere la sottesa domanda, a sua volta, con eloquente gesto della mano destra, sembra indicare i destinatari privilegiati dei “Fioretti” , ossia la Madonna e Gesù Bambino. S. Giovanni si propone al nostro sguardo come un dio monumentale di epoca classica. In posa composta, sostiene una lunga ed esile croce lignea nella mano sinistra. Con la testa leggermente inclinata e un accenno dell’incedere, il Santo sembra assumere un atteggiamento di garbata premura. Lo sguardo sereno è rivolto verso lo spettatore. La figura è ampiamente avvolta in un panneggio rosso, raffinatissimo nel disegno, che parte dalla spalla sinistra per finire elegantemente il suo percorso sulla caviglia del piede destro, ed è a copertura parziale di una casacca di colore bruno. Le braccia scoperte evidenziano un aspetto piuttosto esile e teso.

Francesco ha una posa più statica e meno fluida rispetto a Giovanni, indossa un saio grigio-marrone, in apparenza di un tessuto poco raffinato e di aspetto ruvido. Le pieghe con i volumi gonfi rilevano il carattere di un indumento poco confortevole. Sul viso di Francesco si coglie un vissuto di umana sofferenza che appare appena mitigata dallo sguardo ieratico rivolto verso il cielo. Le mani e i piedi sono segnati dalle stigmate ed hanno i chiodi ancora conficcati nelle membra. La Madonna, come già accennato, è assisa sopra un monumentale trono color bruno. Splendidamente illuminata da una luce proveniente dall’alto, è avvolta in indumenti regali. Il vestito di colore rosa e il manto blu, con risvolti di colore violaceo, ne incorniciano la figura in una sorta di struttura triangolare che, insieme a Gesù, occupa il centro della scena. Il Bambino, con le braccia aperte in un ideale di benedicente accoglienza, è appena avvolto da un candido perizoma di tessuto bianco e presenta una carnagione diafana con leggere velature rosa. I due angeli, in alto nella composizione, reggono la corona della Vergine, il cui diadema è il centro di un generale chiarore che sorge dalla nuca di Maria. Coperti da vesti svolazzanti, con colori che variano dal rosso al giallo dorato ( notevole è la casacca verde scuro dell’angelo di sinistra rifinita con gigli fiorentini) e sostenuti da ali con colori variegati, i due angeli finiscono la scena nella sommità del dipinto. La parte alta della composizione presenta un evidente “vuoto” che non ha, all’apparenza, alcuna logica compositiva e/o narrativa. La superficie di quest’area, di colore bruno, sembra essere stata aggiunta successivamente. Ad oggi non è possibile formulare alcuna ipotesi a sostegno di questo enigma. Guardando il dorso del dipinto, nel retro dell’altare, è possibile vedere una fodera con un “velario” dipinto, una sorta di drappo che copre interamente la superficie equivalente del dipinto antistante. Anche in questo caso possiamo notare che la parte alta a semicerchio è stata aggiunta, ma, in questo caso, il lavoro è stato ultimato correttamente ed in modo organico. La pittura di questo paramento imita un tessuto in ricco broccato ricamato a fili d’oro, guarnito con cordoncini, fiocchi e passamanerie. Il lato interno, foderato con un tessuto verde cangiante arricchito da una moltitudine di fiori bianchi, presenta delle pieghe a cascatella che partono dai due angoli in alto per convergere centralmente e poi allargarsi, morbidamente, verso il basso. La sommità di questo drappo è arricchita da una corona d’oro guarnita da una piccola croce sopra. Per quanto concerne l’attribuzione di questa pala, in un primo momento, era stata presa in considerazione l’ipotesi che l’opera potesse essere del Sassoferrato. Ma, ad una più attenta analisi della tecnica, devo escludere questa possibilità. La struttura compositiva ricalca, come molte pale d’altare con la Vergine e il Bambino comprese in un intervallo che va dal ‘400 al ‘600, l’assetto piramidale dove il vertice del triangolo è la testa della Madonna. A tale proposito suggerisco di osservare alcune opere anteriori o contemporanee a questa. Per opportunità di spazio ne scelgo solo alcune come esempio: la splendida pala di Giorgione, “Madonna in trono con il bambino tra i Santi Nicasio e Francesco”. La monumentale pala di Ercole De Roberti, “Pala Portuense”. Il capolavoro di Andrea Mantegna, “La Pala di San Zeno”, a Verona. La raffinata “Madonna del baldacchino” di Raffaello Sanzio. La minuziosissima “Madonna del canonico Van Der Paele”, dipinta da Jan Van Eyck.

Analisi della struttura geometrica del dipinto: la parte in alto è racchiusa da un quadrato regolare. Il lato in alto, come quello di destra e di sinistra, coincidono con il limitare della tela. Il lato inferiore, invece, delimita la base di appoggio del trono. La parte in basso è definita da un rettangolo, che condivide il suo lato maggiore con il lato inferiore del quadrato. Gli altri tre lati delimitano la tela nella parte bassa del dipinto.

La porzione delimitata dalla superficie del quadrato contiene le figure della Madonna, del Bambino, degli angeli che sostengono la corona della Vergine e il busto di S. Giovanni Battista e di S. Francesco. La porzione inferiore, delimitata dal rettangolo, contiene la metà inferiore del corpo dei santi e i due angioletti assisi in prossimità del pavimento.

Le porzioni geometriche sono ottenute attraverso l’utilizzo della sezione aurea. L’artista ha avuto l’attenzione di apportare una parziale correzione al calcolo matematico nella parte inferiore del dipinto, probabilmente ciò è stato deciso per avvicinare il piano di rappresentazione alla scena.

L’altare di Santa Maria dei Martiri: Pala e Affresco della “Madonna del Latte”

In questo altare, nel lato destro della navata, dedicato a S. Maria dei Martiri, è posta la pala che copre la teca contenente le urne di reliquie di Martiri. La tela, fino a qualche anno fa, versava in pessime condizioni e precario stato di conservazione. Precipitata nel retro dell’altare, quasi nessuno ne ricordava l’esistenza, solo casualmente, nell’anno 2012, fu rinvenuta e riportata alla luce. Questa scoperta suscitò negli spiriti sensibili di Petritoli il desiderio di salvare il dipinto con un adeguato ed urgente restauro. In tempi ragionevolmente brevi, si giunse a un risultato straordinario per questo piccolo centro marchigiano. Raccolti i fondi, con il contributo di privati cittadini e pubbliche istituzioni, si riportarono la pala ed anche l’affresco della “Madonna del Latte” al loro primitivo splendore. Questa pala presenta una rara peculiarità: la tela è stata predisposta, nella parte centrale, con una un’apertura (una finestra) di forma ovale. Apertura che doveva consentire allo spettatore di poter ammirare il frammento di affresco quattrocentesco con la rappresentazione della “Madonna che allatta”. Quest’affresco fu staccato, salvandolo, dal muro della vecchia Cappella dei Martiri che, nel 1600, epoca della costruzione della nuova fabbrica, ossia l’attuale chiesa, era oramai in rovina. Oggetto di tanta devozione popolare, fin dal Medioevo, riposizionato nella Chiesa di S. Maria dei Martiri, l’affresco della “Madonna del Latte” poté continuare a svolgere la sua funzione di fede. Altra peculiarità di questa pala è un ingegnoso sistema di ancoraggio a corde e carrucole, che permetteva di poterla alzare o abbassare, secondo le necessità, ma lasciando sempre visibile l’affresco della “Madonna del Latte”. 

Di questa opera, come per altre, non abbiamo a disposizione informazioni per poterla attribuire all’artista che l’ha prodotta. Si proverà comunque a individuare i personaggi che vi sono rappresentati. Il dipinto è il più spettacolare tra tutti gli altri già trattati. Ha una composizione dinamica, articolata e si colloca in quella tradizione della pittura del 1600 che annuncia l’epoca del Barocco. L’apertura centrale ne aumenta l’effetto per la doppia prospettiva che ne deriva. Nella parte più alta della composizione, assisi su nubi grigie, vi sono otto figure di probabili Santi, e/o Martiri, che troneggiano nell’Empireo. Essi hanno come sfondo un cielo abbellito di nubi con colori che variano dall’ocra chiara alla terra di Siena, fino all’arancio chiaro e il bruno. Questa schiera di Martiri è dislocata a semicerchio e, come già accennato, posta sopra una grande formazione di nubi grigie che si estende centralmente, fino in basso, a creare un raccordo e a fare da sfondo alle due figure in primo piano. Le nubi più luminose sembrano collocarsi sopra le teste dei Martiri come a suggerirne l’emiciclo. Immediatamente sotto la schiera dei Santi Martiri e in prossimità della “finestra”, si trovano due angeli che sostengono una corona d’oro come a volerla conferire sulla testa della “Madonna del Latte”, visibile, come detto, nell’affresco sottostante. A sinistra della composizione, e a ridosso del primo piano, si vede l’immagine di un Vescovo. E’ probabile si tratti di S. Marziale, evangelizzatore dell’Aquitania nel terzo secolo, che a Petritoli aveva una chiesa a lui consacrata. La figura del Santo ha il busto parzialmente girato di schiena e la testa che volge lo sguardo verso Sant’Anatolia. L’abito talare è formato dalla veste bianca e dal mantello rosso porpora fiammante con fodera interna colore verde scuro. Il vescovo porta sulla testa la tipica mitra e sostiene con la mano sinistra il pastorale, mentre con la mano destra indica i Martiri in alto. Nella parte destra della composizione, in speculare equilibrio simmetrico, si trova la figura di una Santa, probabilmente Santa Anatolia, cui è consacrata la chiesa ubicata ad ovest del paese. Vissuta probabilmente nella prima metà del III secolo, la leggenda narra che, data in sposa a un uomo di fede pagana, rifiutò le nozze e, per questo, non abiurando la sua fede cristiana, subì il martirio. Questa figura femminile è vestita con una tunica colore bianco e con un mantello di colore dorato con fodera blu. Un foulard di colore bruno verdastro le incornicia il collo, e alla vita è stretta da una cintola di stoffa colore rosa. Il viso della Santa è rivolto verso l’alto. Con la mano sinistra regge un ramo, mentre, con l’altra mano, sembra richiamare l’attenzione verso un misterioso personaggio collocato nel margine basso e a sinistra della composizione. L’uomo, di mezza età, calvo e il viso incorniciato da baffi e pizzo, è un signore vestito con una giacca colore bruno con sfumatura gialloverde. A mani giunte, rivolge il viso verso l’immagine della Madonna del piccolo affresco. È presumibile un ruolo di questo signore nella committenza dell’opera.

Sotto questa pala, come già accennato, esiste una grande teca contenente numerose urne di reliquie di Martiri. In passato, in occasione della ricorrenza d’Ognissanti, la pala veniva abbassata, e tutte le urne e le reliquie venivano poggiate sopra l’altare maggiore a disposizione della venerazione dei fedeli.

L’affresco della “Madonna del Latte”

 

Osservando il frammento di questo affresco, cui sopra si è già accennato, è possibile coglierne l’essenzialità e l’armonia. Non abbiamo notizie dell’artista che l’ha eseguito, quindi l’opera non è attribuita. L’affresco rivela una notevole maestria nel disegno, reso armonico dalla semplicità e dalla fluidità delle linee. La coloritura appare delicata come a voler porre l’accento su questa caratteristica. Particolarmente intensa appare l’espressione sui visi dei due personaggi rappresentati, madre e figlio, e la naturalezza degli atteggiamenti. La mano sinistra della Vergine è stata aggiunta in seguito, probabilmente perché l’originale si era rovinato nella fase di recupero dell’affresco dalla vecchia Cappella dei Martiri. Questo elemento, sebbene estraneo e molto disarmonico con il resto del dipinto, è rimasto al suo posto. Al momento dell’ultimo, recente restauro, ci si è reso conto che la parte originaria della mano non era più recuperabile, e quindi è stato necessario lasciare le cose come stavano. Il restauro di quest’affresco ha rinnovato un grande interesse verso questo culto, qui raffigurato con notevole impatto emotivo, di certo non sconosciuto ai nostri predecessori. Venerata tradizionalmente dalle gestanti, quando fu costruita la nuova chiesa, si fece di tutto per consegnare ai fedeli questo frammento di culto. La Madonna del Latte, o Virgo Lactans, è un culto tipico della tradizione cristiana sicuramente mutuato dalla cultura e dall’arte egizia, nello specifico dalle rappresentazioni di Iside che allatta Horus. Frequentemente rappresentata nell’arte occidentale, a partire dal 1200 in poi, la Virgo Lactans assume un carattere simbolico di tali proporzioni da diventare anche modello per le rappresentazioni caritatevoli non strettamente correlate alle immagini della Madonna che allatta Gesù Bambino. Una fra tante è “San Bernardo che riceve il latte dalla Madonna” ed anche “Le sette opere di Misericordia”, di Caravaggio, che mostra la scena di una donna che allatta un carcerato. In tutte domina l’atto protettivo e di benevolenza verso il prossimo.

Tra le opere con la Virgo Lactans che segnalo, vi sono: “Madonna del Latte” di A. Lorenzetti, che si trova nel vecchio Ospedale di Parma, e la “Madonna del Latte”di J. Van Beck.

La Pala con la Vergine, un angelo e San Bonaventura *

La prima cosa a colpire in questa opera è la situazione di grave degrado in cui versa. Ampie zone con assenza di colore i

mporrebbe un urgente intervento di conservazione e restauro, prima che sia troppo tardi. L’opera è una bellissima rappresentazione con la Madonna, nella parte alta della composizione, un angelo e S. Bonaventura attorniati da angioletti. La Vergine, con lo sguardo rivolto verso il basso e la testa adornata da una delicata acconciatura bionda, sembra incedere sopra lo spicchio di luna, sorretto da due cherubini, dove poggia i piedi. L’elegante figura indossa una veste color rosa ed è parzialmente avvolta da un mantello azzurro. Un foulard nocciola le cinge elegantemente le spalle ed il collo, risolvendosi elegantemente nell’aere luminoso. L’immagine della Madonna è attorniata da un gruppo d'angeli partecipi ad un sentimento di molle beatitudine. I chiaroscuri, curati in ogni minima parte, evidenziano un delicatissimo armonizzarsi dei colori. L’artista, con coscienza e precisione, definisce i piani di rappresentazione, determinando i sentimenti con sobrio equilibrio tra dimensione umana e teologica. La Madonna è una immagine di fresca grazia, quale l’età adolescenziale sembra alludere. La composizione evidenzia un andamento oscillante dello spazio: le figure principali, rispetto alla Madonna, sono posizionate lateralmente, e contrapposte procedendo su piani diversi. Il grande angelo di sinistra si trova subito al di sotto del livello di Maria. In basso, sul lato destro della composizione, staziona S. Bonaventura intento a raccogliere i suoi pensieri su un quaderno (la biografia di Francesco?). La grande figura alata condivide con un bimbo la porzione mediana dello spazio di sinistra. Egli, con atteggiamento protettivo ed al contempo devoto, sostiene le manine tese del pargolo inginocchiato e raccolto in preghiera. Con la mano destra, invece, gli cinge amorevolmente le fragili spalle. Il bimbo è coperto da una semplice veste di colore ocra con pieghe sobrie e ben definite. L’angelo, elegantemente vestito da un camice bianco che lascia scoperta la spalla destra e da una stola di un rosso cinabro, ha il piede sinistro aggraziato da un sandalo mutuato dalle sculture classiche. La veste rossa, che copre parzialmente le gambe della figura, prosegue il suo movimento amplificandosi lateralmente e posteriormente, fino a dilatare magnificamente l’area di colore vermiglio. Questi panneggi sono dipinti con estrema cura e definiti da un'equilibrata resa della luce e dei volumi. Le carni rosate sono dipinte con colore intenso e arricchite da tenui velature. Ciò permette di cogliere, in questa parte del dipinto, tutta la bravura del pittore che risolve il suo lavoro con momenti di sobria grandezza. S. Bonaventura si staglia in primo piano nella sua funzione di biografo del Santo d'Assisi. Sono visibili gli attributi a lui riconducibili: la penna, che stringe tra le dita con aerea delicatezza, il calamaio, sostenuto da un bimbo, ed il libro con la probabile biografia di S. Francesco. Egli è poggiato sopra una nuvola di colore grigio e veste con i tipici abiti talari. L’artista ha conferito al Santo un'espressione di dedizione e applicazione nello svolgimento del proprio compito. Il pargolo che sorregge il calamaio occupa centralmente il primo piano dell’opera. Seduto davanti ai piedi di S. Bonaventura, pieno di grazia innocente, e rivolto verso il Santo con una leggera torsione del busto, sembra alludere ad un atteggiamento di attiva collaborazione. L’insieme è esaltato dal panneggio colore ocra del bimbo che s’incastra perfettamente tra le parti di colore scuro e lo spicchio di cielo azzurrino.

*(Giovanni, nome di battesimo di S. Bonaventura, nasce a Civita di Bagnoregio, vicino alla città di Orvieto, nel 1217. Di famiglia agiata, dopo essersi laureato in filosofia ed avere studiato teologia, a venticinque anni abbraccia l’Ordine Francescano, assumendo il nome di Bonaventura. Scrive una delle più importanti biografie di S. Francesco (LEGENDA MAIOR). Per il suo carattere è stato soprannominato DOCTOR SERAPHICUS. Morirà nel 1274 e sarà canonizzato nel 1482. Gli saranno riconosciute virtù quali: prudenza, equilibrio e sapienza).

La Pala con San Francesco e Santa Brigida di Svezia

 

L’opera, firmata e datata, si trova nel primo altare a sinistra. Il dipinto, in ottimo stato di conservazione, pone immediatamente all’osservatore una domanda: dov’è il corpo di Cristo? L’immagine del Salvatore infatti risulta assente, e gli angeli e i Santi sembrano muoversi intorno alla croce in un metafisico interrogativo.( In assenza di prove documentali certe, a parte la presenza di qualche chiodo e alcuni fori sulla croce, che sembrerebbero testimoniare la presenza di una eventuale statua lignea(avorio, ceramica?) del Cristo appesa al dipinto, comunque da non escludere, sono del parere di dovermi concentrare su ciò che è visibile allo spettatore. D’altro canto manca, ad esempio, il chiarore causato sul dipinto da un oggetto che vi sarebbe stato collocato sopra.) La croce è l’elemento che definisce gli spazi, suddividendo perfettamente le porzioni ed assegnando ai soggetti rappresentati la loro giusta collocazione. Nella parte alta, vi sono raffigurati due angioletti ignudi che svolazzano devoti in un cielo scurissimo, mentre una luce si fa strada squarciando il cielo sul vertice della croce. Nella parte centrale del dipinto, occupando l’area intermedia tra cielo (gli angioletti in alto) e terra (i Santi e la città in basso), ci sono cinque angeli che si scambiano occhiate in una atmosfera di fattiva collaborazione. Le vesti, visibili nelle braccia di questi angeli, sembrano gli abiti per la probabile vestizione della santa. L’assenza del corpo di Cristo mi fa supporre che l’artista non avesse in mente la rappresentazione della crocifissione, ma la rappresentazione della sua trasfigurazione.

L’atteggiamento dei due Santi in basso sembrerebbe confermarlo: Santa Brigida, a destra della composizione, con il movimento delle braccia, la torsione del collo e lo sguardo incredulo, definisce i sentimenti della donna che sa di trovarsi davanti ad un evento straordinario, diversamente da San Francesco che contrappone dei gesti di pacata sorpresa e di consapevole trasporto. La croce è il simulacro del corpo del Signore, del quale rimangono a testimonianza solamente le gocce di sangue sulla parte bassa del legno. Fa da sfondo la veduta di una città che probabilmente è la città di Fermo. Ipotesi avvalorata dal fatto che lo stesso autore si fregia della definizione di pittore Firmano.

L’opera, di buona qualità e con un buon disegno, deve la sua peculiarità proprio all’idea della rappresentazione. In primo piano, congiuntamente a Santa Brigida, è rappresentato S. Francesco. Inginocchiato a terra e abbigliato con il tradizionale saio color bruno, il Santo di Assisi rivela le stigmate e la ferita nel costato. Santa Brigida è abbigliata con un bellissimo vestito ricco di ornamenti. Anche lei inginocchiata, ma sopra un cuscino di velluto rosso, ha accanto i simboli regali: la corona, lo scettro e una collana. La donna presenta un’acconciatura elegante, ancorché sobria, dei suoi capelli biondi. Ha il collo cinto da una collana di perle bianche e le orecchie adornate da pendenti di madreperla a forma di goccia. Un’ultima annotazione merita la figura defilata che è visibile nel margine destro immediatamente dietro la Santa. Si tratta di una misteriosa figura femminile che indirizza lo sguardo verso lo spettatore. Un’adolescente, verosimilmente al servizio di Brigida, a cui l’autore assegna un ruolo di umana quotidianità.

Pala con Sant’ Antonio da Padova

Percorrendo la navata della chiesa, questo dipinto segue quello di Santa Brigida, ed è il secondo a sinistra. Di dimensioni simili agli altri che si trovano sugli altari laterali, ha una peculiarità: è dipinto su tavola e fa da cornice a una statua policroma rappresentante S. Antonio da Padova. Il Santo, nato in Portogallo, vissuto a cavallo tra il XII e XIII secolo, fu uno dei principali seguaci di S. Francesco. Uomo dotato di grande conoscenza e abile nell’arte dell’eloquenza, fu canonizzato nel 1232. La statua è collocata all’interno di una nicchia che si chiude, alla sua sommità, con una conchiglia, mentre la base è allineata con il lato inferiore del dipinto. L’interno della nicchia è decorato in finto marmo verde arricchito da venature bluastre. La conchiglia in alto è decorata a imitazione del marmo verde chiaro con venature di verde più scuro. Il Santo di Padova sostiene il Bambinello con il braccio destro e tiene nella mano sinistra un libro. E’ vestito dal tradizionale saio bruno con la corda annodata alla cintola. Il Bambinello, coperto nella parte bassa del busto da una veste splendidamente ricamata con motivi dorati, scambia un amorevole sguardo con il Santo e con la mano destra accenna al segno benedicente. Il dipinto, che racchiude e completa la rappresentazione, evidenzia con i suoi significati la natura spirituale e teologica del Santo, specificandone le caratteristiche. Nella parte alta del dipinto, un cielo mosso da nubi, che variano dal celestino chiaro al grigio perlato, è spruzzato da una luce dorata che percorre il lato alto del dipinto dirigendosi verso la testa del Santo. Tutta l’area descritta è abitata da alcuni angioletti, due dei quali sostengono due corone arboree, una sovrastante l’altra, con foglie di lauro e di fiori di giglio. Gli angeli, finemente dipinti, hanno gli incarnati trattati con colori tenui e sono provvisti di ali con colori diversi. Scendendo con lo sguardo e avvicinandoci alla parte centrale e laterale dell’opera, vi sono due stupendi angeli di notevoli dimensioni. Essi poggiano sopra nuvole somiglianti a palloni aerostatici. Queste due figure presidiano la statua di S. Antonio con Gesù. L’angelo di sinistra, finemente vestito da una tunica verde morbidamente modellata e provvisto di ali colore grigio chiaro con sfumature bianco perlaceo, è rappresentato a mani giunte in atteggiamento devoto. L’altro angelo, speculare sulla destra del dipinto, avvolto da una veste colore rosa arancio e ali di colore bruno scuro, mostra invece un atteggiamento rassicurante e protettivo. Nella parte in basso del dipinto, a conclusione della rappresentazione, si trovano due splendidi gigli. Ben piantati a terra, hanno come sfondo un suggestivo cielo arricchito da soffici nuvole ed un paesaggio collinare urbanizzato da probabili cittadine marchigiane. Ogni giglio è guarnito da un nastro bianco con una scritta: Similat Hunc Tibe (quello a sinistra) e Longe Latequae Difflui (quello a destra).

Dipinto raffigurante Dio Padre


Questo piccolo dipinto, probabilmente un olio su tela, si trova alla sommità dell’altare maggiore, ed è poco visibile al visitatore della Chiesa di Santa Maria dei Martiri. E’ la raffigurazione di Dio, presentato con l’immagine di un uomo anziano dalla lunga barba bianca e dai folti capelli ricci. Il volto del Signore ha un’espressione serena, paterna ed ha il capo coperto dal triangolo, tradizionale simbolo dell’Onnipotente. Le mani leggermente nodose, che sembrano appartenere più ad un uomo che svolge lavori manuali, sostengono una sfera, simbolo del potere celeste.

 

 

 

 

Dipinto raffigurante Santa Veronica


Durante la passione di Cristo, una donna si avvicinò per asciugargli il viso sporco di sangue con un panno di lino. Sopra quel panno rimase impressa l’impronta del volto di Gesù. Questa donna è citata per la prima volta negli Atti di Pilato, nei Vangeli Apocrifi, mentre nel Vangelo di Luca non è identificata. La donna, tradizionalmente nota con il nome di Veronica, si avvicinò dapprima a Cristo perché le guarisse le ferite che perdevano sangue e, non appena guarita, dopo avergli toccato il mantello, provvide caritatevolmente ed in segno di riconoscenza ad asciugargli il volto. Veronica è la traduzione latina del nome greco Berenice, Berenike, dal macedone classico ferenike, tradotto “che porta vittoria”. Nel passaggio dal greco al latino, l'assonanza del nome "Veronica" con vera icona ("vera immagine") generò nella fantasia popolare la leggenda della "Vera icona" della "Veronica", adattandosi quindi perfettamente alla tradizione medioevale cristiana in merito al volto di Gesù. (Veronica in Treccani.it - Veronica in Catholic Encyclopedia, Michel Pastoureau, Medioevo Simbolico). Nell’immagine dipinta che si trova nella chiesa, vediamo Veronica con l’effige di Gesù impressa sul panno. Il piccolo quadro presenta la Santa davanti ad un sottofondo azzurrato, abbigliata con un delicato copricapo in stile orientale e con una veste colore nocciola che lascia intravedere, nel braccio destro, l’ampia manica di una sottoveste bianca. Il sudario sorretto da Veronica, sul quale s’intravede l’immagine di Gesù, è quasi un garbato dagherrotipo.

San Pietro e San Michele Arcangelo

I dipinti in esame si trovano, ad oggi, in un magazzino del Comune di Petritoli. Erano entrambi collocati all’interno della Chiesa di Santa Maria dei Martiri, precisamente sul retro della struttura muraria dell’altare maggiore, dove ancora s'intravedono le sagome scolorite sull’intonaco. E’ auspicabile che entrambe le opere, traslocate dalla chiesa in Comune, nell’anno 2004, vengano quanto prima riposizionate nella loro sede originaria e nel loro contesto culturale. I quadri evidenziano un carattere stilistico riconducibile alla tradizione “manierista”. Di ottima qualità e ancora integri, offrono una bella prova di quella pittura che ha avuto importanti capostipiti in Pontormo, Rosso Fiorentino, Beccafumi, Vasari, Parmigianino, ecc. Probabilmente le due opere appartengono allo stesso autore.

San Pietro


San Pietro si presenta in piedi mentre regge la croce. Vestito da una tunica bianca con sfumature grigie e azzurre, è ulteriormente guarnito da una toga giallo oro che copre parzialmente i fianchi e le gambe. Il Santo, illuminato dalla luce proveniente dall’alto, volge lo sguardo verso lo spettatore ed è rappresentato con barba lunga e capelli bianchi. Come sappiamo, S. Pietro, il cui vero nome era Simone, è uno dei dodici apostoli vissuto all’epoca di Gesù. Considerato il primo papa della Chiesa Cattolica, è presente nei momenti più importanti delle vicende del Messia: l’ultima cena, l’episodio che si svolge nell’orto degli ulivi, fino alla trasfigurazione del Signore. Uno dei santi più importanti di tutta la tradizione della Chiesa, è colui accoglie le anime destinate al regno dei cieli:

« Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam et tibi dabo claves regni Coelorum».( Trad. « Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e a te darò le chiavi del Regno dei Cieli»).

San Michele Arcangelo

Il dipinto, come già detto, si presenta in buone condizioni ed ha come soggetto S. Michele Arcangelo. L’artista ha scelto di rappresentare l’Arcangelo esattamente come S. Pietro: in piedi e privo di uno spazio circostante. Entrambi i dipinti hanno queste due peculiarità. La pittura, di buona fattura, mostra S. Michele Arcangelo come un eroe greco che volge, fiero, lo sguardo compiaciuto verso lo spettatore. Con la testa coperta da un elmo argentato, sorregge con la mano sinistra una bilancia, mentre con la mano destra tiene assicurato alla catena il demonio che appare come un cane addomesticato. S. Michele è fornito di ali bianco grigiastro ed ha il busto protetto da una corazza colore giallo oro. Indossa una veste bianca che assume una coloritura rosa violacea in prossimità delle gambe. I calzari, finemente decorati, somigliano a quelli degli imperatori romani. Per altre informazioni su S. Michele Arcangelo è possibile consultare la scheda N. D2 del soffitto a cassettoni.

 

 

 

 

 

Soffitto ligneo a cassettoni ottagonali (XVIII sec.)

Entrando nella Chiesa di Santa Maria dei Martiri, basta alzare lo sguardo per essere colpiti e affascinati dal soffitto ligneo suddiviso in cassettoni di forma ottagonale. Uno straordinario lavoro di artigiani ed ebanisti, integrato dai decoratori e, soprattutto, dal lavoro del pittore che ha illustrato le scene con i Santi. Ci troviamo davanti ad una piccola Cappella Sistina della provincia di Fermo. Non è facile immaginare quale frenetica attività si sia svolta per realizzare tanta meraviglia. Sicuramente è stato un progetto ambizioso portato a termine con molte donazioni, che hanno permesso, a un piccolo centro come Petritoli, di dotarsi di una chiesa tra le più belle delle Marche. L’artista ha prodotto le immagini utilizzando, probabilmente, dei pigmenti, terre ed ossidi, con un medium all’uovo. La particolare luminosità e le trasparenze, rese in molti passaggi cromatici, confermerebbero l’ipotesi che la tecnica utilizzata sia proprio questa. Per rendere più facile la lettura delle rappresentazioni, si è deciso di suddividere il soffitto numerando i cassettoni. La numerazione segue il criterio del visitatore che entra in chiesa. Osservando le prime immagini all’inizio della navata, i primi tre cassettoni hanno le coordinate A, 1-2-3, per finire con le ultime immagini, in prossimità dell’altare maggiore, con le coordinate E, 1-2-3. Inutile ricordare che l’intero ciclo dei dipinti del soffitto a cassettoni illustra, oltre al Dogma dell’Immacolata, Storia e Vita dell’Ordine Francescano.

San Bernardino da Siena ( Rif. A1)

Il Santo, rappresentato nel relativo riquadro, è vissuto tra il 1380 e il 1444. Bernardino degli Albizzeschi, rimasto orfano in giovane età, fu adottato dalle zie che lo seguirono nella crescita e negli studi. A ventidue anni vestì gli abiti da francescano e cominciò a predicare. Molto devoto al nome di Gesù, fece intagliare su tavolette di legno il Cristogramma “IHS” sormontato da una croce. L’insieme era inserito all’interno di un sole dorato con sfondo azzurro. Al termine delle prediche, le tavolette erano fatte baciare ai fedeli in segno di devozione a Cristo. Il sole provvisto di dodici raggi ha i seguenti attributi:

 

 

 

I Rifugio dei peccatori

II Vessillo dei combattenti

III Medicina degli infermi

IV Sollievo dei sofferenti

V Onore dei credenti

VI Splendore degli evangelizzanti

VII Mercede degli operanti

VIII Soccorso dei deboli

IX Sospiro di quelli che meditano

X Aiuto dei supplicanti

XI Debolezza di chi contempla

XII Gloria dei trionfanti

L’immagine che osserviamo nel dipinto illustra il Santo con la tradizionale veste Francescana colore marrone e con la corda annodata sulla cintola. Poggiato su una nuvola di colore bruno biancastro, è accompagnato da due angeli. Con le braccia aperte e con il viso irradiato da raggi che provengono da una nuvola, visibile nella parte alta e a destra della composizione, S. Bernardino impugna, con la mano destra, l’asta di una bandiera di colore bianco che reca all’interno il Cristogramma IHS attorniato da un sole colore oro. L’angelo, visibile sulla sinistra, concorre anch’esso a sostenere l’asta della bandiera, mentre l’altro angelo, che si trova sul lato destro della composizione, sembra giocherellare con il cordone di Bernardino. La composizione appare equilibrata e i soggetti ben disposti, tant’è che la struttura del dipinto può tranquillamente confrontarsi con molte altre rappresentazioni di questo Santo, alcune delle quali particolarmente importanti per bellezza e qualità: “San Bernardino” di Vincenzo Foppa. Il ritratto eseguito dal pittore Dario da Pordenone e il dipinto di Jan Provost. “La Gloria di San Bernardino” del Pinturicchio, nella Chiesa di Santa Maria in Araceli a Roma.

San Domenico (Rif. A2)

Il dipinto di questa porzione di soffitto ha creato non pochi problemi per l’attribuzione del soggetto rappresentato. La presenza del cane, a fianco del Santo, è stato l’indizio più convincente per determinarne l’identità. San Domenico, infatti, alcune volte è rappresentato con il cane accanto. L'emblema del cane deriva da un'interpretazione lessicale del nome (in latino) degli appartenenti all'Ordine da lui fondato: Dominicanes, letto come Canes Domini, cioè "Cani del Signore". In altre parole il cane simboleggia la loro fedeltà (Wikipedia). Un altro probabile indizio è il rosario che tiene con la mano destra. Sappiamo che a quarantadue anni, secondo il racconto di un confratello, Domenico ebbe la visione di Maria che gli consegna il rosario. Egli interpretò questa visione come l’esortazione di convertire gli eretici con la preghiera. Nato a Caleruega in Spagna, verso l’anno 1170, era discendente della nobile famiglia dei Guzmán. Dopo avere studiato teologia, entrò a far parte dei canonici regolari di Osma. Nell’anno 1206, fu inviato nella Francia meridionale da papa Innocenzo III per fare opera di evangelizzazione verso i catari. Lo stesso papa assegnò a Domenico e ai suoi seguaci il nome di frati predicatori. Nell’anno 1216, papa Onorio III approvò l’Ordine fondato da Domenico e, ben presto, l’apostolato dei domenicani si diffuse in tutta Europa. Il dipinto presenta la figura del Santo in piedi e con le braccia leggermente aperte. Ai suoi piedi sono visibili degli angeli che lo sostengono e lateralmente, all’altezza delle spalle, è circondato da due gruppi di nuvole, perfettamente simmetriche, con all’ interno testine di altri angioletti. Come detto sopra, è visibile un piccolo cane che si appoggia alla gamba di Domenico. Il Santo è vestito con un saio che assomiglia a quello dei francescani ed ha la testa coperta con il cappuccio. Non possiamo escludere che talvolta egli abbia indossato il saio dell’ordine di S. Francesco.

San Pasquale Baylon (Rif. A3)

Vissuto tra il 1540 e il 1592, nel 1576 entrò nel convento dei francescani di Loreto come “Fratello Laico”. Fu un profondo devoto dell’eucarestia, e questo gli valse il titolo di “Teologo dell’Eucarestia”. Fu canonizzato nel 1690 e divenne in seguito patrono dei congressi eucaristici. L’immagine, rappresentata nel soffitto, ci illustra il Santo nell’attimo in cui ha la visione dell’ostensorio. L’uomo è appoggiato sopra una nuvola ed è sostenuto da due robusti angeli. Vestito anch’esso del tipico saio francescano, manifesta tutta la sua meraviglia e devozione, allargando le braccia in segno di accoglimento, all’apparire dell’ostensorio. L’ostensorio è poggiato sopra una nuvoletta molto luminosa, in alto e a sinistra della composizione, vicina al viso del Santo. Gli angeli si dispongono ognuno su un lato del Santo e hanno vesti che variano dal colore bianco, rosso e azzurro. Tutto il gruppo, come già accennato, è posto sopra una corposa formazione di nuvole di colore grigio-bruno cangiante fino al bianco. Il lavoro, diligentemente eseguito, avrebbe bisogno di un intervento per risanare una preoccupante crepa che attraversa la tavola di supporto. Un bel dipinto con la rappresentazione di questo Santo, che senz’altro va segnalato, è quello del pittore Bernardo Lopez, “Apparizione dell’Eucarestia”, che si trova nel Museo di Belle Arti di Valencia.

Santo con il calice(non identificato) (Rif. B1)

Questo cassettone illustra un santo che sorregge un calice. L’immagine di questo francescano è rappresentata assisa sopra una corposa formazione di nuvole bianche che, gradualmente, volgono la colorazione verso il grigio scuro. L’uomo, vestito con il tipico saio dell’ordine, volge lo sguardo al cielo. L’insieme di angioletti che gli fanno da corollario sono intenti a sostenere il gruppo di nuvole. Il cielo, come per la maggior parte delle altre illustrazioni del soffitto, è di colore azzurro con gradazioni di grigio. Purtroppo gli elementi iconografici non sono stati sufficienti per identificare questo personaggio. L’opera appare in discrete condizioni di conservazione.

 

 

 

 

 

San Luigi IX re di Francia, (San Ludovico) (Rif. B2)

Visse tra l’anno 1214 e il 1270. Appena dodicenne succede a Luigi VIII, ma sotto tutela della madre. A vent’anni, dopo aver contratto matrimonio, il giovane re si adoperò per consolidare il potere monarchico e per riformare alcuni aspetti della vita pubblica. Convinto che, compito della sua vita, sarebbe stato quello di diffondere l’insegnamento del Vangelo, si fece anche promotore delle crociate e vi partecipò personalmente. Nonostante le campagne militari in Terra Santa, o forse proprio per questo motivo, è considerato un sovrano equilibrato e amante della pace, tanto da diventare modello del Re Santo. Egli è rappresentato in questo dipinto con i chiari attributi del monarca: l’aspetto fiero e lo scettro impugnato con la mano sinistra. Seduto sopra un trono virtuale composto di solide nuvole, e attorniato da angeli, ha il capo cinto da una corona d’oro. Indossa una veste colore azzurro e, sopra di questa, una pettorina finemente decorata. A completare l’abbigliamento vi è la tunica colore giallo-arancio e una stola d’ermellino bianca, maculata di nero, a coprire le spalle. Il re di Francia fu canonizzato da papa Bonifacio VIII con il nome di San Luigi dei Francesi nel 1297. Consiglio di guardare la bella rappresentazione di San Luigi eseguita dal pittore El Greco e il dipinto di Josè Teofilo che lo ritrae con il saio dei francescani.

San Giacomo della Marca (Rif. B3)

Vissuto tra il 1393 e il 1476. Dopo essersi laureato in Diritto e avere praticato la professione di giudice e poi di notaio, a Firenze entrò in contatto con i francescani, che ne influenzarono le scelte future. Entrato a far parte dell’Ordine dei Frati Minori a ventidue anni, divenne sacerdote a trenta. Fu allievo di Bernardino da Siena e di Giovanni da Capestrano. Con il primo fondò successivamente il Santuario di Roccamonfina. Si fece carico di pacificare le città di Fermo e Ascoli in conflitto tra loro, riuscendo a stipulare la pace nel 1446. Rinnovata nel 1463, pose i presupposti per una federazione delle due cittadine. Come altri francescani, fu impiegato nel contrastare e reprimere l’eresia in Bosnia, Austria, Boemia e Italia. Molto impegnato anche nella fondazione di conventi, basiliche e biblioteche, come esperto di diritto, fece approvare gli Statuti Civili a undici città e istituì i Monti di Pietà, dove i più poveri, per sottrarsi agli usurai, potevano impegnare le proprie cose a un tasso favorevole. D’altro canto, però, promosse una violenta campagna antiebraica, che vide i suoi tristi frutti nell’ imporre agli ebrei di portare in pubblico un cerchio rosso sul vestito in segno distintivo, come accadde a Recanati nel 1427. Intellettuale di notevole spessore, ebbe il tempo di scrivere diciotto libri prima di morire a Napoli il 28 novembre 1476. Il dipinto che andiamo ad osservare in questa porzione di soffitto è di difficile “lettura”, oltre ad aver posto una dibattuta e lunga analisi per l’identificazione di S. Giacomo della Marca. Il Santo, vestito con il saio marrone della confraternita, è accovacciato sopra una soffice nuvola, che varia dal colore grigio-bruno al nocciola. Con la croce nella mano destra, con l’altra indica il monogramma di Cristo, collocato all’interno di un gruppetto di nuvole sparse in alto e a destra della composizione. Come già detto, gran parte della superficie pittorica è rovinata, e gli interventi di restauro dovranno necessariamente salvare ciò che è possibile. Vi sono alcuni dipinti che ritraggono questo soggetto e sono di estrema qualità. Per gli autori si veda Pietro Alemanno, Cola d’Amatrice, Vittore Crivelli e Carlo Crivelli.

 

San Bonaventura (Rif. C1)

Il Santo è vissuto tra gli anni 1218 e 1274. La sua vicenda personale narra che da bambino fu curato da San Francesco che, vedendolo rimesso, esclamò: "oh bona ventura”!

Entrato nell’ordine dei Frati Minori a Parigi, divenne un importante insegnante di teologia. Eletto generale dell’Ordine Francescano, grazie ai suoi meriti, fu considerato come il secondo fondatore dell’ordine. Ha scritto la biografia ufficiale di Francesco (Legenda Maior) e numerose opere a carattere teologico. Nominato vescovo e in seguito cardinale, morì durante il Concilio di Lione il 15 luglio 1274. È spesso rappresentato vestito con il saio francescano, penna e libro in mano, come nel caso di questa porzione del soffitto. La figura di Bonaventura è poggiata sopra una nuvola di colore bruno e attorniata da due angioletti che fluttuano sopra nuvolette color nocciola. Il Santo è leggermente ripiegato sulle gambe e rivolge lo sguardo al cielo come a cercare ispirazione e conforto. Il cielo, curiosamente, non è limpido e luminoso, ma ricco di nuvole plumbee. Forse l’artista ha voluto rappresentare in questo modo il triste epilogo della vita di S. Bonaventura, avvenuto durante il Concilio di Lione. Gli angeli concorrono alla simbologia della rappresentazione. Quello di sinistra sostiene un cappello cardinalizio, color arancio porpora, come a volerlo porgere al Santo. L’altro angelo, a destra e in basso nella composizione, sostiene compiacente nella mano destra un calamaio con una penna all’interno. S. Bonaventura è rappresentato anche in una delle tele che occupa uno dei cinque altari della Chiesa, precisamente quella del primo altare a destra. Nell’altare maggiore della Chiesa di S. Andrea a Petritoli, già S. Bonaventura, esiste uno splendido dipinto che rappresenta questo Santo. Suggerisco altre rappresentazioni di ottima qualità: il bellissimo affresco del Ghirlandaio e una miniatura del ‘400.

L’Immacolata (Rif. C2)

Nell’immagine del relativo riquadro, che è posto esattamente al centro del soffitto dipinto, vediamo la Madonna assunta in cielo. Maria, la madre di Cristo, è rappresentata compostamente adagiata sopra un’ampia formazione di nuvole che ne avvolge, quasi per intero, la figura. La testa è coronata da dodici stelle, i piedi sono posti sopra la falce di luna rovesciata e il serpente. Nell’aspetto, la Madonna appare elegantemente abbigliata da vesti colore arancio bianco e blu, ha le mani accostate al petto e lo sguardo rivolto verso il basso. La scena è arricchita da un nugolo di angioletti che la attorniano. Le dodici stelle che cingono la testa della Vergine simboleggiano i mesi e i segni dello zodiaco.( La donna e il drago- “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”- (Apocalisse, Giovanni Evangelista, 12, 1-2) (Scritto estrapolato dal sito Psicologia Alchemica). Come vediamo da questo scritto dell’Apocalisse, la figura di Maria si pone, come tradizionalmente accade nella storia del Cristianesimo, come elemento di suprema armonia e di elevazione al cielo. Il serpente è simbolo estremo del male che però è sottomesso al bene. La luna è chiaramente un elemento magico - esoterico di derivazione arcaica. Simbolo di purezza, è presente anche nella religione dell’antico Egitto, in quella della Grecia delle origini e di Roma. La dea egizia Iside e la dea greca e romana Artemide, hanno, tra i simboli di riferimento, giustappunto la luna. Leda, semidivinità dei greci e dei romani, in una delle definizioni a lei attribuite, ha anche quella di “volto di luna”. Un’osservazione sullo stato del dipinto: purtroppo, anche se non estesi, vi sono molti danni visibili sulla superficie di questa raffigurazione. Sarebbe necessario un urgente lavoro di restauro per recuperare quelle lacune che potrebbero restituire all’opera l’antica bellezza. Vi sono innumerevoli dipinti che rappresentano questo tema. Cito alcuni artisti che ne hanno offerte bellissime versioni: Murillo, Rubens, Reni e Tiziano.

Sant’ Antonio da Padova (Rif. C3)

Il Santo di Padova nasce a Lisbona, Portogallo, nel 1195 e muore a Padova il 13 giugno 1231. Fernando di Buglione, questo il vero nome di Antonio, a quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo. A ventiquattro anni è ordinato prete. Appartenente all’ordine dei Frati Minori, sarà predicatore soprattutto nell’Italia del nord e in Francia. Impegnato contro le eresie, Antonio preferirà vivere un’esistenza umile e molto attiva. Nell'autunno del 1222, mentre era intento a predicare nei dintorni di Rimini, nacque la leggenda della predicazione ai pesci. Antonio si trovava lì dove era presente una forte comunità catara, considerata eretica dai francescani. L’atteggiamento ostile dei catari lo spinse a rivolgere la sua predica ai pesci che, “miracolosamente”, convennero verso di lui come per ascoltarlo. In questo dipinto del soffitto, S. Antonio è raffigurato nell’atto della predica ai pesci. Posto in piedi e di profilo, leggermente spostato a destra rispetto all’asse centrale, con il braccio destro alzato nel moto proprio del predicatore, si rivolge a un gruppo di persone, strettamente raggruppate di fronte a lui. La scena, in secondo piano, mostra perfettamente i pesci che sembrano voler uscire dall’acqua. L’opera termina, nella piccola parte a destra della composizione, con un gruppo di confratelli del Santo. S. Antonio da Padova, nella Chiesa dei Martiri, ha anche un altare a lui dedicato. Purtroppo il cassettone del Santo di Padova è uno dei più rovinati. Si vedono addirittura le lesioni della superficie pittorica, causate dalle tavole accoppiate che formano il supporto per il dipinto. Sarebbe veramente urgente un intervento di consolidamento e restauro, altrimenti per quest’opera non ci sarà più nulla da fare.

San Giovanni da Capestrano (Rif. D1)

Nato in Abruzzo a Capestrano, 24 giugno1386, muore a Ilok, l’attuale Croazia, il 23 ottobre dell'anno1456. Dopo avere studiato legge a Perugia, fu nominato governatore della stessa città. Malauguratamente, proprio nel periodo in cui eseguiva questo incarico, Perugia fu occupata dai Malatesta, ed egli imprigionato. Durante il periodo della prigionia, si convertì ed entrò nel convento di San Francesco ad Assisi all’interno dell’Ordine dei Frati Minori Osservanti. Fu attivo soprattutto nell’Europa orientale (Ungheria e Romania), dove condusse una dura battaglia contro gli eretici. Ebbe un ruolo importante come inquisitore degli Ebrei, degli ortodossi, degli Hussiti e dei fraticelli. Nell’anno 1456 si adoperò per il reclutamento di migliaia di volontari da spedire a combattere contro l’esercito ottomano, che aveva occupato militarmente i Balcani, Egli si attivò mettendosi alla testa delle truppe durante l’assedio di Belgrado. Fu canonizzato da papa Alessandro VIII nell’anno 1650. In questo dipinto si vede il Santo, in piedi, che procede con i simboli propri della sua tradizionale iconografia: crocefisso ligneo, impugnato con la mano destra, e la bandiera impugnata con la mano sinistra. Il vessillo, mosso dalla brezza, è costituito da un tessuto colore rosso e da una croce bianca simile a quella dei cavalieri di Malta. Il Santo, vestito con il tipico saio dei francescani, ha l’aspetto del giovane vigoroso e procede all’interno di un paesaggio collinare caratterizzato da una vegetazione prevalentemente arborea. Sullo sfondo, in basso a destra, s’intravede una cittadella.

San Michele Arcangelo (Rif. D2)

Con Raffaele e Gabriele, è uno dei tre arcangeli nominati nella Bibbia. Michele, “chi è come Dio?”, questo il significato del nome, è difensore della fede dagli attacchi delle schiere Sataniche. Presente nella religione ebraica, cristiana e islamica, è di solito rappresentato, con corazza e spada, sovrastante Lucifero. Nell’immagine concernente il riquadro, vediamo S, Michele in piedi, al centro della scena, mentre impugna minacciosamente la spada con la mano destra, e con la sinistra tende la catena che imprigiona il demonio. Fa da sfondo a S. Michele una luce dorata, che diventa luminosissima in prossimità della figura dell’arcangelo. L’insieme è contenuto da nubi bianche e grigie. Il Santo ha un mantello colore rosso cinabro e la veste, visibile sotto l’armatura, diagonalmente svolazzante davanti al petto, di colore bianco. Satana, con il corpo per metà umano e per l’altra drago, è visibile sotto i piedi dell’eroe cristiano. Sottomesso, è ormai schiacciato a ridosso di un voluminoso corpo di nuvole bruno scuro. Il Demonio sprigiona fiamme che preludono all’eterna condanna di principe dell’inferno, e della vittoria del bene sul male.

Il quadro più famoso, rappresentante lo stesso soggetto, è senz’ altro quello dipinto da Guido Reni nella Chiesa di Santa Maria Immacolata a Roma. Di straordinaria bellezza il dipinto di Piero della Francesca. Va ricordata la popolare statua sopra Castel S. Angelo.

San Pietro Martire( Pietro da Verona )(Rif. D3)

Nato a Verona da genitori che forse (di questo fatto non vi è una documentazione sicura) si riconoscevano nella “Chiesa” catara, visse tra il 1206 e il 1252. Terminati gli studi all'Università di Bologna, entrò a far parte dell'Ordine dei Frati Predicatori. Nel 1232, Gregorio IX lo inviò in Lombardia per reprimere proprio gli eretici catari, molto numerosi in quella regione. Dopo esser entrato nel monastero di S. Eustorgio, fondò subito l'associazione dei militanti della "Società della Fede", particolarmente impegnata nella lotta contro i catari. Successivamente inviato a Firenze, nel 1244, come predicatore nella Chiesa di Santa Maria Novella, iniziò la sua azione di repressione fondando la “Sacra Milizia”. Sette anni dopo il Papa lo nominò inquisitore delle città di Milano e Como. Nell’anno 1252, forse a causa della sua azione di inquisitore, fu assassinato. Una roncola fu l’arma utilizzata a tale scopo e, per tale motivo, San Pietro Martire è rappresentato con tale arnese conficcato nella testa. Nel caso del dipinto in esame, Pietro Martire è rappresentato con una spada conficcata nella testa, come osservabile in molti altri dipinti coevi e precedenti. Rimangono comunque dei dubbi determinati da questa rappresentazione: il Santo è posto sopra un rogo e, contemporaneamente, viene lapidato da due esecutori. Mentre è possibile interpretare l’azione della lapidazione come intrinseca all’atto dell’omicidio, rimane oscura la rappresentazione del Santo sopra il falò. Da tale premessa si comprende come il pittore abbia voluto fin troppo esaltare e spettacolarizzare il martirio di Pietro. Infine i gesti di accettazione del proprio supplizio, da parte del domenicano, evidenziati dalla posizione delle mani e dallo sguardo rivolto al cielo, sembrano concorrere anch’essi a tale scopo. Questo dipinto è ben conservato, sebbene mostri la superficie pittorica con una fenditura causata dal distacco delle tavole che fanno da supporto. Vi sono opere con lo stesso soggetto, e di notevole qualità, che vale la pena vedere: un monumentale dipinto di Cima da Conegliano, quello più intimo del Guercino, la tela spettacolare e dinamica di Palma il Vecchio, il quadro realista del Savoldo.

San Francesco (Rif. E2)

Il Santo, cui è dedicato il dipinto in questione, è il santo di Assisi: San Francesco. Vissuto tra il 1182 e il 1226, è il Santo più venerato nella Chiesa Cattolica. Battezzato con il nome di Giovanni e di famiglia agiata, frequenta la scuola presso la Chiesa di San Giorgio. Di lui abbiamo notizia quando, nel 1202, fu imprigionato dai soldati perugini per avere partecipato ad una guerra contro di loro. È probabile che questa esperienza lo indusse ad una profonda riflessione ed anche alla sua particolare conversione, caratterizzata dalla “gioia di custodire Gesù Cristo nell’intimità e nel cuore”. I poveri, gli emarginati e i malati divennero, da quel momento in poi, coloro a cui rivolgere le sue attenzioni e le sue preghiere. Mentre si trovava a Roma per la consegna di una partita di stoffe, regalò tutto il ricavato ai poveri. Perfino i suoi vestiti ebbero la stessa sorte, tanto da essere costretto a chiedere l’elemosina nei pressi di San Pietro. Incompreso in seno alla propria famiglia, che vedeva nel giovane Francesco comportamenti sempre più strani, il giovane fu addirittura denunciato dal padre come dilapidatore dei beni di famiglia. La frattura, ormai insanabile, con la famiglia e con la vita borghese, lo portò a servire nei lebbrosari, a svolgere lavori per riparare le chiese e, soprattutto, a diffondere la “regola” del francescanesimo. Rappresentato in innumerevoli dipinti e statue, nel ‘900, la vita di Francesco entra anche nel cinema.

Nella rappresentazione in esame, il Santo è al centro della scena accerchiato da un nugolo di angeli e un cherubino musico. Vestito dal tipico saio con la corda annodata alla vita, le ginocchia poggiate sulla nuvola sottostante, ha la mano sinistra in segno di devozione, e l’altra in segno d’accoglienza. Le stigmate definiscono con certezza, in questo dipinto, l’identità di San Francesco.

Come già detto, esistono una infinità di rappresentazioni con il Santo di Assisi. Una delle più antiche è il famoso affresco di Cimabue. Segnalo un bellissimo quadro di Caravaggio e quello del pittore Jan van Eyck. L’opera ciclopica di Giotto, nella Basilica d’ Assisi, è senz’altro il più alto concentrato di rappresentazioni di San Francesco.

Chierici con aspersorio (Rif. E1-E3)

Ai lati di San Francesco, che occupa il riquadro E2, si trovano due dipinti, identici e speculari, raffiguranti due chierici con aspersorio. Stante la loro ubicazione, si ha l’impressione che i chierici stiano benedicendo il Santo di Assisi. In ambedue i dipinti, lo spazio della rappresentazione è condiviso con la Madonna e dai due chierici, e sono gli unici, di tutto il soffitto a cassettoni, ad avere tale prerogativa. Dei due chierici non è stato possibile definire l’ identità. Entrambi, come detto, impugnano un aspersorio, ma di fattura diversa: più simile ad uno “spazzolino”, quello del cassettone E1, e più consueto nella forma quello del cassettone E3. Il dipinto del cassettone E1 presenta il chierico con il consueto saio dei francescani. Inginocchiato sopra una coltre di nuvole di colore bruno biancastro, è attorniato da un gruppo di cherubini. La figura è leggermente decentrata, verso la parte sinistra della composizione, per lasciare spazio alla Madonna, visibile nella parte alta e a destra dell’ottagono. La Vergine si rivolge al Santo con un gesto di attenzione. Il riquadro E3, praticamente identico a quello sopra descritto, mostra la differenza, già accennata, nella fattura dell’aspersorio. In più, il chierico di questo cassettone impugna anche il contenitore dell’acqua santa.

Le due opere, in discrete condizioni, dovranno essere comunque gestite in un piano di recupero generale.

Angeli cantori

Vi sono tre cassettoni dipinti che si trovano sopra l’area sovrastante l’organo a canne di Gaetano Callido. Per poterli osservare bene è necessario salire sopra la cantoria. Sono di forma ottagonale, ma schiacciati dall’alto verso il basso. Soltanto per i due cassettoni laterali è possibile farne una analisi, poiché quello centrale è completamente nascosto dalle canne dell’organo. Nel cassettone di sinistra vi è la rappresentazione di quattro cherubini cantori, poggiati allegramente sopra una nuvola che funge anche da sostegno per la partitura. Il cielo retrostante separa le teste degli angeli da un’ampia nuvola, la quale sovrasta il gruppo dei coristi. La qualità del dipinto, sebbene parzialmente sbiadito, sembra di mano diversa dal resto delle rappresentazioni del soffitto: il disegno e la coloritura più naturalistici, nonché la leggerezza delle scene, confermerebbero questa ipotesi. Nel cassettone gemello, posizionato alla destra dell’organo, vediamo un gruppo di angeli poggiato sopra una nuvola. L’insieme è sovrastato da raggi dorati che irradiano le loro teste. I due angeli, che occupano la parte centrale del dipinto, sostengono, probabilmente, un libro di salmi. Al loro fianco, osserviamo due cherubini nelle vesti di assistenti, intenti a sostenere una partitura, quasi a volerla condividere con gli angeli maggiori. Il cherubino di sinistra indica, al suo corrispettivo maggiore, il punto preciso della partitura da eseguire. I due angeli maggiori sono elegantemente vestiti e provvisti di ali variopinte. Anche per queste opere è urgente un salvante intervento di restauro.

Petritoli 10-05-2017 M° Giuseppe Tricoli